AREA EDUCATIVA

L’Area Educativa si compone di 16 educatori (di cui uno è il Responsabile) e di 4 esperti in psicologia e criminologia, oltre a un gruppo di assistenti sociali dell’UEPE (Ufficio Esecuzione Penale Esterna) con la quale collabora. Alle attività dell’Ufficio di Segreteria Tecnica sono assegnate anche unità di Polizia Penitenziaria che collaborano nella tenuta dei fascicoli dell’osservazione e alla gestione dei programmi di lavoro all’esterno.
Gli educatori sono suddivisi per singoli reparti (unità detentive) e seguono i percorsi (di osservazione e trattamento) dei detenuti ivi ubicati, oltre a dei filoni di attività trasversali all’Istituto.
La loro presenza in Istituto copre 6 giorni su 7 e una fascia oraria che va dalle 08:00 alle 21:00, talvolta presenti anche oltre questo orario per incontrare i detenuti che rientrano dal lavoro all’esterno e dalla semilibertà oppure nelle occasioni di eventi serali. Su richiesta, possono ricevere i familiari e i legali dei detenuti in caso di necessità e di confronto sui loro percorsi.
Le mansioni che svolgono sono disciplinate dalla normativa penitenziaria (in particolare dagli artt. 13, 15 e 82 della Legge 354 del 1975 e dall’art. 27 del DPR 230 del 2000) e hanno principalmente due obiettivi: uno incide sulla qualità della pena (e cioè la sua umanizzazione) e l’altro sull’efficacia della pena, strettamente ricollegata al finalismo rieducativo che la costituzione attribuisce alla detenzione.
Sono presenti quindi per accogliere il detenuto al momento dell’ingresso, per svolgere – insieme al resto dell’équipe – l’attività di osservazione della personalità del condannato e pertanto per redigere, una volta conclusasi l’osservazione, il relativo programma di trattamento che dovrà poi essere valutato dal Magistrato di Sorveglianza.
Il programma di trattamento consiste nella previsione di un percorso – da concordare con il detenuto – che consiste in attività (interne e/o esterne) finalizzate a far recuperare al soggetto il senso di autoefficacia attraverso la valorizzazione delle sue potenzialità che dovrebbero agevolare, quindi, la sua fuoriuscita dal sistema delinquenziale.
All’Area afferiscono anche tutte le figure di supporto educativo del privato sociale che, grazie a progetti finanziati per lo più dagli enti locali, svolgono essenziali funzioni di accompagnamento educativo e di inserimento all’esterno del detenuto.

Il Responsabile dell’Area è il Dott. Roberto Bezzi.

La vision dell’Area Educativa a Bollate

Le azioni pedagogiche e in genere l’idea della possibilità di cambiamento vengono associate spesso unicamente all’età adolescenziale, quando, cioè, la struttura della personalità è in divenire e si può incidere sulle scelte di vita e sulla costruzione identitaria. In tale ottica l’età adulta diviene un punto di arrivo ma anche di non ritorno.
Le teorie andragogiche, in realtà, da tempo evidenziano quanto l’età adulta non abbia caratteristiche di stabilità ma, si presti a varie transizioni nel corso di essa.
L’idea “rigida” dell’adulto come meta si lega ad una visione “mitica” di esso e mal si colloca in una società – come quella attuale – ove egli si trova spesso a vivere mutamenti di rilievo, quali la separazione (e la riorganizzazione degli assetti familiari) o la perdita del lavoro (e la conseguente necessità di riqualificarsi).
In queste situazioni, la persona riesce (grazie alle plurime possibilità di essere) a trasformarsi e vivere nuove esperienze, ricollocandosi con un diverso ruolo nella società.
La popolazione detentiva adulta – spesso proveniente da ambienti sociali degradati – può altresì scegliere la via del cambiamento (che ovviamente deve nascere da una scelta) e le strutture penitenziarie si devono fare carico di offrirne la possibilità.
Il concetto di cambiamento talvolta si muove attorno a temi centrali quali l’amore o il lavoro. Il mondo affettivo può provocare un mutamento (si pensi ad esempio alle separazioni coniugali) così come anche le opportunità/esigenze di ri-immettersi nel mondo produttivo con una qualifica diversa da quella sperimentata da anni.
Non a caso il lavoro (come i rapporti con la famiglia) rientra tra gli elementi del trattamento penitenziario, in quanto occasione nuova, in base alle potenzialità pre-esistenti e spesso inespresse dalla persona. Il ruolo dell’operatore penitenziario ritrova allora la sua forma primaria del “tirar fuori” dall’altro quelle parti positive di sé che non aveva sperimentato.
L’offerta di attività in ambito detentivo diviene, pertanto, un primo concreto aiuto alla sollecitazione di immaginarsi diversi. La possibilità di sperimentare con successo un ruolo lavorativo gratificante (e cioè anche scoprire come guadagnare in modo lecito) unito all’acquisizione di strumenti culturali porta il soggetto recluso a cambiare anche il modo di “stare” con gli altri e di porsi con se stesso. Il lavoro comporta ovviamente impegno, capacità, acquisizione di regole che una volta apprese in ambito penitenziario possono essere spese anche al di fuori.
Da ciò l’idea di rendere il “dentro” simile al “fuori” (e non giù per rendere più “gradevole” il tempo della detenzione) cioè per agevolare la possibilità di scegliere e di cambiare.
Le istituzioni “totali” incidono negativamente sulla struttura di personalità del ristretto e pertanto la pena certa spesso acclamata rischia di afferire ad un idea quasi “magica” del potere della chiusura (e della sofferenza) in sé. Quasi che la chiusura – senza altri contenuti – avesse un potere terapeutico.
Il potere di persuasione/manipolazione di un luogo di questo tipo, in termini di comportamento, è immenso e più la detenzione è lunga e il regime rigido, più sono visibili gli effetti sulla persona.
Spesso il carcere slantentizza problemi psichici preesistenti ma al contempo, se vissuto come evento traumatico, può causare un vero e proprio disturbo post traumatico da stress. Negli studi criminologici si sono più volte affrontate quelle che la letteratura indica quali psicosi carcerarie: disturbi paranoici, la sindrome di prisonizzazione e la sindrome di Ganser.
La sindrome di prisonizzazione (termine coniato da Clemmer nel 1940) è stata riscontrata soprattutto nei regimi più isolati, senza stimoli e con un tempo monotono che scandisce le giornate detentive e si esplicita in un totale adattamento del soggetto che perde ogni capacità di resistenza e opposizione, uscendo dall’esperienza detentiva così impoverito da non avere strumenti (psicologici e sociali) per affrontare la vita all’esterno. È la conseguenza di un concetto di carcere, ormai superato, come luogo di correzione e addomesticamento che produceva però effetti desocializzanti.
Per evitare fenomeni di vera e propria prisonizzazione, che una volta fuori comportano esclusione sociale e stigmatizzazione, l’organizzazione di un carcere (si veda l’attuale normativa penitenziaria) deve essere il più possibile simile a quella del mondo esterno. La comunità che da fuori entra nel carcere ha come primaria funzione quella di sollecitare (culturalmente ) il detenuto, di portare dentro un pezzo di fuori, di combattere la passivizzazione che rischia di annientare il detenuto. Spesso scoprendo parti nuove e positive di sé (nonché efficaci e funzionali socialmente), il detenuto è in grado di essere altro da ciò che è stato, di trovare interessanti e appaganti attività (lecite) mai sperimentate prima.
Da qui l’esigenza di offrire a tutti la possibilità di scegliere altri percorsi, di acquisire altre competenze, di trovare una strada individuale che possa portare fuori dal carcere e dal sistema penale. Si segnala che in merito alla valutazione sull’efficacia dei percorsi che si strutturano in questa Casa di Reclusione, è stata recentemente pubblicata una ricerca sulla recidiva realizzata da ricercatori dell’Università di Essex e dell’Einaudi Institute for Economics Finance, in collaborazione con il Sole 24ore su richiesta del Ministro della Giustizia nel 2012. La ricerca dimostra che un carcere aperto e con una forte impostazione umanizzante riduce la recidiva. (Rehabilitating rehabilitation: prison condition and recidivism, nella sezione Papers 2014 del sito dell’Ente www.eief.it)